#219 - La Stella
Valeria Marini, i desideri messi in scena e una torta di frittelle
Durante lo scorso antropocamp - quello di luglio 2025, Connessioni Spontanee - ho finalmente conosciuto dal vivo alcune persone con cui, negli anni, avevo instaurato una comunicazione solo online: stories condivise, commenti scambiati, ampi DM, feedback, ma che non si erano mai tradotte in presenza fisica. Per me è stato emozionante conoscerle finalmente di persona, vedere la loro fisicità, sentire il tono della loro voce, guardarle negli occhi mentre parlavano.
Fra queste persone c’era Marta, e con lei la comunicazione è stata subito naturale, come se ci conoscessimo da sempre, come se quegli anni di scambi online fossero stati solo un preludio necessario a un’amicizia che sarebbe comunque esplosa appena ci fossimo trovate nello stesso spazio. Quella naturalezza si è trasformata in un’amicizia profonda e in una collaborazione che è stata fondamentale per il secondo antropocamp, Desideri Arcani, che si è concluso lunedì 9 febbraio - una settimana fa.
Per Marta i tarocchi non sono teoria astratta da studiare sui libri o simboli da decodificare secondo un manuale prestabilito - sono relazione tra le persone, strumenti vivi che funzionano solo quando c’è ascolto, apertura, dialogo. È stato il motivo principale per cui l’ho voluta come co-host del camp: non cercavo una “esperta di tarocchi” nel senso tradizionale del termine, cercavo qualcuno che capisse che i tarocchi sono uno strumento antropologico di introspezione collettiva, non una pratica esoterica individuale. E Marta era la persona giusta per questo.
Fra le varie cose che ho imparato da lei in questi mesi c’è la pratica, semplice quanto potente, della carta aiutante. A inizio settimana, a inizio mese, a inizio anno, si mescolano gli arcani maggiori e se ne estrae uno: l’aiutante. Non è una carta che predice cosa succederà, ma una carta che ti accompagna, che ti suggerisce una prospettiva, che ti offre una lente attraverso cui guardare quello che stai vivendo. È un po’ come avere una compagna di viaggio invisibile che ti sussurra qualcosa all’orecchio quando ne hai bisogno.
Questa settimana che si conclude oggi, domenica, la mia carta aiutante è stata La Stella.
È una carta che descrive perfettamente come mi sento in questo momento: c’è una serenità che non ha niente a che fare con il successo riconosciuto dagli altri, con i numeri che salgono, con le metriche che ti dicono che stai facendo bene. È una forza interiore che finalmente sento mia, stabile, presente, luminosa. La Stella è anche un simbolo potente del camp appena concluso, perché il desiderio - desiderium in latino - significa letteralmente “avvertire la mancanza delle stelle”, quelle stelle che i marinai e i contadini scrutavano per orientarsi nel buio, e che quando mancavano lasciavano un vuoto profondo, un’aspirazione verso qualcosa di più grande di te che ti indica dove andare.
Soprattutto, durante il camp abbiamo decretato che La Stella è Valeria Marini in Fantaghirò, nel ruolo di Spirito della fonte - tutta sberluccicosa, con quella serenità potente di chi non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno perché sa esattamente chi è e cosa vale. Ed è esattamente come voglio sentirmi, come mi sento questa settimana: Valeria Marini Spirito della fonte. Ed è proprio così che vorrei sentirmi sempre, luminosa e serena come quella stella che brilla anche quando intorno è tutto buio, che continua a esistere anche quando nessuno la guarda.
Il camp è stato pazzesco, forse ancora più intenso e profondo del primo antropocamp che abbiamo fatto a luglio.
Mi ha colpita innanzitutto la cura delle partecipanti, quella generosità rarissima nel mostrare parti molto intime di sé senza remore, senza quella corazza difensiva che di solito mettiamo quando ci troviamo con persone sconosciute in uno spazio nuovo. Mi ha colpita la concentrazione totale, quasi sacrale, con cui hanno seguito i laboratori che Marta e io abbiamo proposto, quella fiducia nei nostri confronti che non davamo per scontata ma che abbiamo costruito passo dopo passo, domanda dopo domanda.
E poi mi ha stupita ancora una volta - perché succede nei camp ma non smette mai di sorprendermi, ogni volta mi sembra un piccolo miracolo - la velocità incredibile con cui si instaurano legami profondi tra persone che quattro giorni prima non si erano mai viste, non sapevano nemmeno il cognome l’una dell’altra. È come se, una volta compreso che si è lì per un obiettivo ben preciso e condiviso, una volta messo al centro la scoperta di sé e la profonda introspezione senza fronzoli, senza small talk, senza quella socialità di superficie che ci fa perdere tempo, si arrivi a un’intimità fortissima in meno di quattro giorni - un’intimità che normalmente richiederebbe mesi o anni di frequentazione, cene, aperitivi, confidenze graduali.
Il momento per me più potente sono state le due sere del Teatro dei Desideri, quando abbiamo messo in pratica quella tradizione irochese che mi aveva folgorata leggendo L’alba di tutto di David Graeber e David Wengrow. Loro raccontano che presso gli Irochesi “la decodifica dei sogni si eseguiva spesso in gruppi e la realizzazione, letterale o simbolica, dei desideri del sognatore poteva richiedere la mobilitazione dell’intera comunità” - un’intera comunità che si fermava, si metteva a disposizione, creava rappresentazioni teatrali collettive per far avverare i sogni di una singola persona. Quando l’ho letto la prima volta mi è sembrato così ovvio e così necessario che mi sono chiesta come abbiamo fatto a non pensarci prima, come abbiamo fatto a rendere il desiderio una cosa privata, solitaria, quasi vergognosa da tenere nascosta.
Nonostante la stanchezza accumulata - avevamo avuto laboratori intensi sia al mattino che al pomeriggio, giornate pienissime e stancanti - tutte si sono messe a disposizione e in ascolto profondo per cercare di far avverare i desideri di tutte le altre. E qui è successa una cosa inaspettata che mi ha ribaltato completamente la prospettiva che avevo sui desideri: abbiamo riso moltissimo mettendo in scena questi desideri. Abbiamo riso fino alle lacrime, ci siamo divertite come bambine che giocano senza pensare a niente, abbiamo avuto una leggerezza che non mi aspettavo affatto quando avevo progettato il laboratorio.
Questo mi ha fatto capire qualcosa di fondamentale che prima non sapevo. Abbiamo una tendenza culturale fortissima a pensare che i desideri siano cose lontane e irraggiungibili, impossibili da realizzare perché troppo grandi, indicibili perché troppo vergognosi o troppo ridicoli, e soprattutto serissimi - come se desiderare fosse una faccenda solenne che richiede facce serie, toni drammatici, quella gravità pesante che ti schiaccia. Il camp invece mi ha dimostrato che i desideri sono semplici, incredibilmente alla nostra portata quando li nominiamo ad alta voce senza vergogna, e soprattutto devono farci ridere e divertire perché è proprio in quella leggerezza, in quella gioia condivisa, che si manifesta la loro verità più profonda.
Mettere in scena i desideri - letteralmente recitarli, abitarli fisicamente nello spazio, dargli un corpo - ci ha fatto capire l’importanza della condivisione e del goderne insieme: il desiderio nasce da me, parte dalla mia voce, dalla mia storia personale, ma tutte le altre hanno avuto un ruolo attivo nel farlo esistere concretamente, nell’aiutarmi a vederlo materializzarsi davanti ai miei occhi, a toccarlo, a sentirlo finalmente possibile e non più solo una fantasia lontana. E con tutte è stato così, ognuna ha messo in scena il proprio desiderio e tutte le altre l’hanno abitato insieme a lei, l’hanno preso sul serio senza prenderlo troppo sul serio, l’hanno fatto esistere. La magia del teatro messa al servizio dei nostri desideri: la finzione che diventa realtà; la realtà a cui cade la maschera e si scopre finzione. M A G I A.
È un rito potente che dovrebbe esistere nel quotidiano delle persone, non solo in uno spazio liminale eccezionale come un camp di quattro giorni in Valle Imagna lontano da tutto. Dovremmo poterlo fare con le nostre amiche, con le nostre comunità, con le persone che amiamo: fermarci, ascoltare i desideri degli altri, metterci a disposizione per farli avverare anche solo simbolicamente, anche solo per qualche minuto di gioco condiviso.
Ho anche capito - e questo sarà sicuramente materiale di riflessione per la prossima edizione del camp - che è necessario distinguere meglio la differenza tra bisogno e desiderio, perché li confondiamo continuamente e questa confusione ci impedisce di vedere cosa vogliamo davvero, cosa ci chiama profondamente e cosa invece è solo una necessità pratica mascherata da aspirazione.
I desideri sono talmente semplici e alla nostra portata che io ho subito messo in pratica questa cosa il giorno del mio compleanno, il 10 febbraio, il giorno dopo la chiusura del camp.
Io sono una persona che detesta le ricorrenze - mi sembrano artificiali e costruite, mi danno quella sensazione di obbligo sociale che mi fa venire voglia di scappare e nascondermi. Ma il compleanno ha sempre avuto un’allure speciale per me, forse perché è l’unica ricorrenza che davvero mi riguarda in modo esclusivo, che non devo condividere con nessun altro, che posso modellare esattamente come voglio senza dover rendere conto a tradizioni familiari o aspettative sociali.
Quest’anno quindi ne ho approfittato per trascorrerlo esattamente come desideravo, senza compromessi: con le persone con cui sto meglio, le mie amiche più care, alcune che non vedevo da anni e che si sono fatte ore di treno o di macchina solo per stare con me qualche ora, solo perché gliel’ho chiesto. Ho trascorso con loro un’intera giornata alla spa, immersa nell’acqua, proprio come la donna nuda nella carta della Stella - serena, luminosa, senza vestiti addosso in senso letterale e metaforico, senza maschere sociali, senza dover essere niente se non me stessa.
Tante volte basta questo: chiederli ed esprimerli i desideri ad alta voce, senza vergogna, e arrivano. Le persone si mobilitano - esattamente come facevano gli irochesi nei loro riti collettivi dei sogni - pur di farti stare bene, pur di partecipare a qualcosa che ha senso vero, che non è performance sociale vuota ma necessità autentica condivisa. E sono queste le persone che vale davvero la pena avere intorno: quelle che quando dici “voglio trascorrere il compleanno nell’acqua con voi” non ti chiedono perché o se non è strano, ma ti dicono semplicemente “arrivo, dimmi dove e quando, ho già chiesto le ferie al lavoro”.
L’altro desiderio che avevo era avere una torta fatta di frittelle di carnevale. Quanto mi mancano le frittelle di Carnevale… era da anni che non le mangiavo, sono per me un ricordo speciale dei miei anni universitari a Venezia. E così le ho ordinate, le migliori di padova, a detta delle mie amiche, ed è arrivato un vassoio enorme di micro-frittelle di gusti diversi, con le candeline sopra. E sì, ci metto le candeline sulla torta - visto che me l’avete chiesto nelle stories. Mi piace quel momento sospeso prima di soffiarle via, quel secondo silenzioso in cui puoi ancora esprimere un desiderio nell’intimità della tua testa prima che il fumo lo porti via. E così è stato.
Questa settimana La Stella mi ha accompagnata perfettamente, è stata l’aiutante giusta al momento giusto. Mi sento serena, luminosa, circondata da persone che si mobilitano per i miei desideri come io mi mobilito per i loro in uno scambio continuo che non si misura, che non tiene i conti. Mi sento come Valeria Marini Spirito della fonte, e questa frase che fino a pochi giorni fa mi avrebbe fatto ridere ora la sento profondamente vera. Mi sento esattamente dove devo essere.
E voi, che carta siete questa settimana?
Carolina











Oggi mi è uscito L'Appeso, che penso incarni alla perfezione lo Spirito del Carnevale (o questo è il Matto?) e possa essere una guida interessante per tutta la settimana 🌚
Che newsletter pazzesca! ✨